MUSEO MUMAT

Località
VERNIO
Via della Posta Vecchia Mercatale di Vernio
Tel. 0574 950478, 0574 931034




ORARIO DI APERTURA Martedì-Giovedì-Sabato
9.00/13.00 - 15.00/18.00
Ingresso gratuito

Il Mumat illustra la storia recente della Val di Bisenzio e del suo passato industriale tessile, dei suoi luoghi ricchi di esempi di archeologia industriale e soprattutto del metodo di riciclo degli stracci che hanno fatto grande la città di Prato.
Si possono ammirare strumenti e macchine tessili che vanno dalla fine dell'800 alla metà del '900: filandre, cardature, l'antica turbina della fabbrica alimentata dall'acqua del Bisenzio ancora attiva, fino ad un rarissimo esemplare di telaio in legno restaurato.
Il Mumat è il frutto di una collaborazione tra Comune di Vernio, Museo del Tessuto di Prato e la Comunità Montana Val di Bisenzio e rappresenta una prima bozza di "museo diffuso" cioè di una rete museale legata ai luoghi del tessile, con il Museo del Tessuto in prima fila.

LA STORIA
La storia del carbonizzo Meucci inizia nel 1813, quando Franco Meucci costruì nel centro di Mercatale, proprio accanto all'antico ponte romano “a schiena d'asino” che attraversava il Bisenzio, un mulino a due macine con relativa gora e margone. Fino alla fine di tutto l'800 l'attività del mulino proseguì senza interruzioni e fu solo con Amerigo Meucci, nipote di Franco, che si ebbe, nel 1897 circa, una svolta, tipica della tradizione tessile pratese, che vide molte fabbriche nascere vicino a mulini: oltre alla macinazione del grano, Amerigo aggiunse all'attività un carbonizzo per la rigenerazione degli stracci, chiedendo un prestito di 5.000 lire. La fabbrica Meucci fu così il primo carbonizzo costruito a Vernio.
Nel 1893, qualche anno prima della conversione a fabbrica, vennero aperti, sopra i locali delle macine, un forno ed una bottega di genere alimentari con annesso un magazzino per il commercio dei cereali all'ingrosso. Il complesso, per la sua posizione al centro del paese e per la sua dimensione, divenne fin da subito un punto di riferimento per i residenti. I Meucci si instradarono in quella categoria di mugnai-imprenditori tessili che per primi in Val di Bisenzio avvertirono le potenzialità del nascente settore. L'esperienza nell'ambito tessile pian piano portò in secondo piano l'attività molitoria e già negli anni '20 venne costruita la ciminiera e si ebbe un primo ampliamento dei locali dedicati alla fabbrica, dove, negli anni '30, vennero installate sei filande per la filatura. Nel 1928 i Meucci (Amerigo fu affiancato dai figli) decisero di chiudere l'attività del mulino poiché l'azienda tessile era ormai divenuta prevalente, ma lasciarono il forno e la bottega alimentare che, grazie anche ai tanti operai del cantiere della “Direttissima”, godeva di una discreta prosperità. In quelli stessi anni venne anche installata una grossa turbina. A monte del ponte di Mercatale era stato realizzato un sistema idraulico di circa 60 metri, che, tramite una briglia in sassi e in muratura, deviava le acque del Bisenzio in un gorile, per raccoglierle successivamente in un una grande vasca di accumulo, il margone, che serviva ad alimentare le macine del mulino e quindi la fabbrica. Con l'avvento della turbina (oggi restaurata e funzionante) i processi di funzionamento furono trasformati, così come l'impianto idraulico. La turbina veniva alimentata con l'acqua del margone che, cadendo con forza, imprimeva energia ad una ruota sagomata di legno di rovere collegata ad un albero posto orizzontalmente. Al limite di esso era posto un volano in ghisa del diametro di 4 o 5 metri e del peso di 50 quintali. Tale peso rendeva più facile il movimento che, trasmesso al volano, continuava poi per forza di inerzia. Intorno al volano della turbina era sistemata una cinghia di trasmissione, collegata direttamente ad un lungo albero, orizzontale rispetto al terreno e dal quale altre cinghie ricevevano il movimento da trasmettere alle varie macchine. Successivamente con l'avvento dell'energia elettrica l'impianto fu ulteriormente trasformato, tramite l'inserimento di un'elica tipo Kaplan con asse verticale e pale regolabili in acciaio; l'energia cinetica dell'acqua veniva così trasformata in energia elettrica per mezzo di una dinamo con una potenza disponibile di circa 75 HP.
Da piccola azienda (nel 1903 si contavano dodici operai) si trasformò negli anni '30 in una impresa moderna con circa ottanta dipendenti. Battuta d'arresto forzata per l'azienda fu il periodo della seconda guerra mondiale. Nonostante i bombardamenti la struttura non subì danni, ma i tedeschi in ritirata, il 25 settembre 1944, minarono entrambe le spallette del ponte attiguo e lo fecero saltare. Fortuna volle che l'esplosivo dalla parte della fabbrica non esplodesse, lasciando intatta la struttura, ma dopo poche ore, un contingente americano, al fine di creare un guado per i carri armati fece brillare la mina tedesca, distruggendo parte dell'antico corpo della fabbrica, ovvero i locali del mulino, con la sala delle macine e i negozi. Nel dopoguerra si ricostruì la parte danneggiata, realizzando solo due piani, anziché tre come era in origine. Nel 1955 ci fu l'ultima innovazione dell'azienda con l'introduzione di un nuovo impianto di carbonizzo a nastro continuo e la creazione del reparto tintoria, ma l'azienda pian piano andò verso il declino che terminò con la chiusura nel 1988. L'edificio dismesso venne acquistato dall'amministrazione comunale e negli anni '90 fu ristrutturato creando un centro polivalente e, recentemente, il Mumat: museo di macchinari tessili impiegati nel processo di rigenerazione delle lane che spaziano dalla fine dell'800 a metà del XX secolo.

Alcune delle notizie sono state desunte dalla relazione tecnica del "Piano di recupero dell'area ex Meucci a Mercatale di Vernio" predisposta dall'ufficio tecnico del Comune che ha utilizzato materiali di Annalisa Marchi, Carla Chiodini, Elena Sodini, Daniela Chiaramonti ed A. Giovannelli.


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