Storia della Cucina Italiana Ristoranti Friuli Venezia Giulia Un po' di storia

Friuli Venezia Giulia Friuli Venezia Giulia

Friuli Venezia Giulia

Un po' di storia


Le vicende che portarono alla dissoluzione dell'impero romano d'occidente furono tumultuose e drammatiche nella regione, esposta ai barbari e punto d'incrocio fra oriente e occidente. Aquileia, la più importante città della regione, fu saccheggiata da Teodosio e nel 452 d.C. fu assediata e predata da Attila e non risorse più all'antica potenza; con questo episodio si può far terminare il periodo romano della storia della parte nord-orientale d'Italia. Quanto restava di politicamente valido si organizzò intorno alla chiesa cristiana.
I Longobardi scesero nel 568 d.C., saccheggiarono Trieste e occuparono il Friuli senza incontrare, pare, molta resistenza. Essi accentuarono l'individualità politica della regione facendo di Cividale la capitale del loro primo ducato. Il Friuli divenne un organismo romano-barbarico e la popolazione, che culturalmente era rimasta, nel suo complesso, ancora quella dell'età romana (tant'è vero che in questi secoli si va formando la lingua friulana, romanza), si accostò progressivamente ai Longobardi, anche per mediazione ecclesiastica quando costoro, divenuti cattolici, favorirono l'elezione di un patriarca in Aquileia e lo ospitarono in Cormons. Istituti giuridici longobardi sopravvissero in Friuli sino al secolo XV. Grado, dove rimase il patriarca legittimo, e l'Istria marittima restarono nell'orbita bizantina, favorevole allo sviluppo delle autonomie locali, mentre il ducato longobardo fu in continua lotta con Bizantini, Avari e Slavi.
Con il dominio dei Franchi furono stanziate, nel Friuli, stabili guarnigioni e fu occupata stabilmente l'Istria (788 d.C.). La regione godette del favore della Chiesa e degli intellettuali come il patriarca Paolino, poeta e teologo, e lo storico e poeta Paolo Diacono. Con la rinascenza carolingia dal Friuli e da Aquileia l'evangelizzazione mosse oltre le Alpi orientali fra gli Sloveni. I Franchi introdussero il feudalesimo (il Friuli divenne marca, cioè contea di confine), ponendo le premesse dell'ulteriore disgregamento politico e della definitiva liquidazione di quanto sopravviveva della società romana. Fu favorita invece la Chiesa e Carlo Magno iniziò la serie delle donazioni ai patriarchi, che fu continuata dai suoi successori e dai re italici. Caduto Berengario II, ultimo di questi, la marca friulana e l'Istria vennero staccate, da Ottone I imperatore, dal regno italico e unite al ducato di Baviera e Carinzia. Con ciò vennero legate al mondo germanico e in esse, parallelamente al processo di potenziamento delle forze ecclesiastiche, si attuò quello della distribuzione di terre a famiglie signorili tedesche, molte delle quali vi si stabilirono. Di notevole importanza è l'ascesa delle forze ecclesiastiche e, in particolare, della chiesa di Aquileia, che continua a ricevere donazioni finché l'imperatore Enrico IV, impegnato a salvare il regno, concede al patriarca Sigeardo la contea del Friuli coi diritti ducali, compreso il Cadore e le marche di Carniola e d'Istria. Del resto, solo la chiesa poteva promuovere la rinascita del Friuli dopo le devastazioni dovute alle terribili invasioni ungare; già il patriarca Poppone (1019-1045) aveva ricostruito Aquileia e rinvigorito il commercio coi paesi transalpini. Attorno al patriarca si forma una numerosa nobiltà detta "ministeriale" (perché tenuta a particolari servigi) che presto si contrapporrà a quella "libera" o "imperiale", per lo più d'origine germanica. Ma per tutto il secolo XII i patriarchi appartennero a potenti famiglie tedesche e fecero politica ghibellina, assicurando agli imperatori il transito delle Alpi.
Caduta la potenza imperiale i patriarchi (che ora provengono da famiglie italiane) fecero politica guelfa. Il patriarcato si indebolì e si aprì in esso un periodo di aggrovigliate contese tra nobiltà libera e ministeriale, tra Udine e Cividale, dei Comuni friulani per l'autonomia, di aggressioni veneziane, goriziane e di altri come Ezzelino da Romano. Perdé presto l'Istria, dove Venezia assunse la diretta tutela dei Comuni minacciati dal conte di Gorizia e, con la pace di Treviso del 1291, ottenne tutta la costa mentre poco più durò l'autonomia a Pola. Trieste, per conservare le sue modeste risorse commerciali, si dette ai duchi d'Austria.
Quando si consolida la potenza di Venezia, dell'Austria, dell'Ungheria la sorte del patriarcato è segnata. Già dopo l'uccisione del patriarca Bertrando di S. Genesio in seguito a congiura capeggiata dai goriziani (1350), interviene il duca d'Austria, col pretesto di mantenere l'ordine; poi la potenza di Udine porta in auge il casato Savorgnan, e questo si appoggia a Venezia, sempre più interessata alle cose friulane. Si susseguono una serie di congiure in cui perdono la vita prima Federico di Savorgnan e poi il patriarca Giovanni di Moravia, porta all'intervento dell'imperatore Sigismondo d'Ungheria e alla guerra tra questi e Venezia. Il 16 giugno 1420 Tristano di Savorgnan entra in Udine col vessillo di S. Marco ed anche il conte di Gorizia è costretto a prendere l'investitura da Venezia che raccoglie, quasi completamente, l'eredità di Aquileia; il papa riconobbe il nuovo stato di cose nel 1445 e al patriarca rimase la sola signoria feudale su Aquileia e sui castelli di San Daniele e di San Vito al Tagliamento.
Dei possessi veneziani il più trascurato fu l'Istria, dove Venezia favorì l'immigrazione slava per rinsanguare l'agricoltura. Al Friuli la tranquillità imposta arrecò una certa decadenza economica; ad Udine rimase il patriarca e si stabilì un luogotenente veneto.
Ci fu, in Friuli, gran varietà di ordinamenti: Latisana e Pordenone, infeudate a patrizi veneti, dipendevano direttamente da Venezia; Cividale era amministrata autonomamente; altre località erano sotto giurisdizione di enti ecclesiastici, feudali, comunali; la Càrnia era suddivisa nei tre corpi amministrativi di Tolmezzo, dei quartieri (come S. Pietro e Socchieve), delle ville. Ma dappertutto, in Istria e nel Friuli, decadde gravemente l'attività politica perché Venezia escluse la nobiltà locale da ogni ufficio pubblico e, in pratica, anche dalla milizia; nobiltà e popolo rimasero rinserrati in forme tradizionali di vita ed anche l'economia progressivamente decadde. Mancano pertanto in questa terra gli splendori rinascimentali che in altre regioni italiane furono alla base della grande produzione artistica legata al mecenatismo e alla figura del signore. Ma gli splendori rinascimentali con la vita di corte e i grandi banchetti furono anche forieri di tradizioni culinarie che videro per lunghi anni la cucina italiana al primo posto nel panorama europeo.
La cucina friulana e dell'intera zona rimane legata ai più diffusi prodotti locali, chiusa in una realtà economica e culturale priva di contatti, di nuovi apporti e nuove proposte.
Basti pensare che la stessa riforma protestante trovò attivi solo singoli intellettuali, ma non ottenne molto successo fra i contadini dei possessi austriaci.
Dall'altra parte del confine gli Asburgo insediarono un capitano a Gorizia con poteri su tutto il territorio nel quale erano però varie signorie feudali, mentre Gorizia, Cormons, Aquileia avevano l'autonomia cittadina. Vennero mantenuti nella contea gli "Stati provinciali" come nelle altre province austriache, con il compito di consentire e di ripartire le contribuzioni; ma cittadini e contadini presto ne uscirono, mentre nobili e clero vi durarono fino al 1783 intervenendo, coi loro delegati, alla Dieta delle province ereditarie di casa d'Austria.
La costituzione del Regno d'Italia rafforzò, a sua volta, l'irredentismo, non solo nell'Istria ma pure a Trieste e a Gorizia. Il processo di industrializzazione (di Trieste, di Monfalcone, di Pola diventata, dopo il 1866, grande base navale) inserì nella lotta politica un consistente e ben organizzato partito socialista, mentre la situazione internazionale (Triplice Alleanza) rendeva spesso difficile l'azione dell'irredentismo che ebbe le sue principali manifestazioni a Trieste e, in genere, nelle città. Il movimento politico dei cattolici ebbe le sue maggiori affermazioni nel Goriziano. Queste lotte favorirono un notevole progresso culturale e sociale, come pure la formazione di una coscienza nazionale, sia tra gli italiani che tra gli slavi; ma col nuovo secolo divennero assai violente.
Fra gli obiettivi dell'Italia nella partecipazione al primo conflitto mondiale, vi era quello della riunione della Venezia Giulia all'Italia. La guerra fu combattuta per la maggior parte nel territorio della regione che ne risentì duramente. A oriente e a occidente dell'Isonzo questa terra fu retrovia durante i tre anni del sanguinoso conflitto e patì gravissimi danni nei porti e nella valle dell'Isonzo dove Gorizia fu largamente distrutta. Sugli italiani gravò l'oppressione poliziesca dell'Austria e, dopo la rotta di Caporetto (1917), il Friuli subì la dura prova dell'invasione, dell'esodo di parte della popolazione e delle conseguenti spogliazioni.
Nel dopoguerra mentre il Friuli, vanificato un breve periodo di tensione sociale nelle campagne (vanno ricordate le "Leghe bianche"), riprendeva il suo posto nell'assetto nazionale, la lotta politica continuò violenta nella Venezia Giulia; vi concorsero il trattato di pace che portò, dopo aspre vicende diplomatiche, gran numero di slavi nei nuovi confini e con esso un forte irredentismo a causa delle pretese nazionali iugoslave sulle città italiane e dello scadimento dell'economia, specie nei porti, in conseguenza dei mutamenti avvenuti nell'Europa centro-orientale nonché l'affermarsi di nuovi movimenti politici rivoluzionari. Dopo che D'Annunzio si impose a Fiume, la soluzione di queste questioni fu rinviata durante il regime fascista.
Nel corso del secondo conflitto mondiale le contraddizioni accumulate esplosero e già nel 1942 era attivo il movimento insurrezionale slavo, a direzione comunista che fu anti-italiano, come dimostrano i fatti delle tragiche giornate dell'autunno '43, quando molti italiani persero la vita negli inghiottitoi carsici (foibe). Tempi molto difficili che continuarono nel secondo dopoguerra quando emerse la questione dei confini, acutizzata dal conflitto tra oriente e occidente e che determinò un massiccio esodo italiano dall'Istria, assegnata alla Iugoslavia dal trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, insieme alla maggior parte del territorio carsico. Fu costituito pure il Territorio Libero di Trieste ma non ebbe attuazione per motivi di politica internazionale e, nel 1954, un accordo fra l'Italia e la Iugoslavia (Memorandum di Londra) assegnò alla prima l'amministrazione di Trieste e Mùggia (dove cessò l'occupazione militare anglo-americana), alla seconda quella di Capodistria e Pirano. Infine il trattato di Osimo (1975) chiuse questo contenzioso e ciò ha favorito lo stabilirsi di cordiali e costruttive relazioni fra i due paesi, sia nel campo economico che in quello culturale. L'ordinamento regionale voluto dalla costituzione italiana ha dato vita alla "Regione autonoma Friuli-Venezia-Giulia", con capoluogo Trieste, istituita nel 1964.
Gravi furono, soprattutto agli inizi, le conseguenze della spaccatura che il nuovo assetto territoriale determinò nel precedente e tradizionale assetto dell'Italia nord-orientale. Fu istituita una limitata zona franca nel territorio di Gorizia e furono realizzati validi accordi per il traffico di frontiera, ma tuttora incerto è lo sviluppo economico nel Monfalconese mentre Trieste, pur sostenuta da interventi governativi, ha visto la fine della sua attività cantieristica ed un preoccupante declino demografico. Spesso vivace è invece stata la partecipazione friulana al generale progresso economico dell'Italia: impianti idroelettrici, polo industriale di Pordenone, sviluppo di Udine e di Tolmezzo, un processo di urbanizzazione e forte calo della manodopera impiegata in agricoltura, lo sviluppo del turismo e delle vie di comunicazione (autostrada), e infine la riduzione del fenomeno dell'emigrazione. La crescita culturale è stata notevole (Università di Trieste e poi di Udine) e si sono rivelati promettenti interessi per le culture d'oltre frontiera. L'ordinamento regionale favorisce i diritti linguistici e culturali delle comunità subnazionali e nazionali. Tutto questo pone anche il problema della ricerca di nuovi equilibri e strutture sociali e determina un dibattito politico vivace; in Friuli la presenza cattolica si è affermata come maggioritaria col partito democratico cristiano, mentre a Trieste tale dibattito e la perdurante crisi hanno rivitalizzato un autonomismo fortemente contestatore.
Il Friuli Venezia Giulia è certamente la regione italiana che ha subito i maggiori travagli storici perdurati attraverso i secoli fino ai giorni nostri. Usi, costumi e tradizioni culinarie si sono tramandati negli anni senza grandi mutamenti o arricchimenti, ben caratterizzati dalle influenze delle culture dei popoli con cui questa terra è venuta a contatto.

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