Storia della Cucina Italiana Ristoranti Toscana La Cucina Toscana in epoca Romana

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La Cucina Toscana in epoca Romana


In epoca romana fino all'età delle invasioni barbariche che preannunciarono la caduta dell'impero Romano d'Occidente (476), la cucina dell'Etruria coincideva con quella romana che fino al primo secolo d.C. fu parca e frugale fondandosi essenzialmente sul pulmentum - orzo cotto nel brodo - sulla puls (una sorta di polenta a base di farro, miglio e fecola di patate), su pesci, verdure e formaggi.
A partire dal III secolo abbiamo testimonianze di un aumento considerevole nell'uso del cibo, non solo dal punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo. Molte famiglie dilapidarono patrimoni interi in banchetti imbanditi con l'intento di stupire i commensali; con imponenti coreografie comparivano sulle tavole cibi particolari e anche assurdi come cervelli di pavone, lingue di fenicottero, pappagalli, ghiri, tassi e perfino vulve di scrofa vergine.
Con la decadenza dell'Impero Romano d'Occidente il gusto del mangiare e il piacere della buona tavola furono soppiantati dall'ostentazione di ricchezza, dal desiderio di sbalordire gli ospiti e far parlare di sé.
Ma la cucina non era solo quella delle grandi occasioni, dei banchetti opulenti. Testimonianza della tavola di tutti i giorni ci è tramandata dall'opera De re coquinaria di Marco Gavio Apino, gastronomo vissuto all'epoca dell'imperatore Tiberio (circa 30 d.C.). In quest'opera sono contenute 500 ricette: molte sono le salse e i consigli per rendere sofisticati i cibi. Di queste ricette nessuna è sopravvissuta, ma non ce ne rammarichiamo pensando che quasi tutti i cibi venivano cosparsi di garum, una salsa fetida a base di interiora di pesce conservate in salamoia.
Le invasioni barbariche fino alla dominazione longobarda con il saggio governo di Carlo Magno re dei Franchi fondatore del Sacro Romano Impero (incoronato imperatore nella notte di Natale dell'anno 800) favorirono lo spopolamento delle città e il conseguente fenomeno del feudalesimo. Il feudo era un piccolo stato che gravitava intorno al castello; il lavoro della terra era riservato ai servi della gleba che vivevano in condizioni assai precarie e si cibavano di zuppe di ortiche, ghiande, lucertole, topi, mentre sulle tavole dei castelli il cibo abbondava ovunque: arrosti, cacciagione, pesci, qualche verdura. Il tutto servito in modo rozzo, senza ordine né differenziazione di cotture, un cibo uniforme consumato senza piatti e posate, con un solo grande bicchiere da vino che serviva per tutti i commensali.
È durante il periodo feudale che le varie cucine del nostro paese incominciarono a differenziarsi; il frazionamento del territorio, la mancanza di comunicazioni, l'economia curtense (cioè autarchica) del feudo costrinsero a utilizzare unicamente le risorse locali; ogni luogo ebbe così le sue specialità, i suoi piatti tipici, che ancora oggi in buona parte caratterizzano le varie zone della nostra terra; la cucina italiana è infatti ancora oggi quasi esclusivamente regionale sia per i prodotti usati che per la preparazione dei cibi; e questo per ovvi motivi sia storici che geografici.

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