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La peste a Lucca. Un capolavoro di Lorenzo Viani

Viareggio (LU) - 1 dic 2012 / 30 nov 2013

Palazzo delle Muse

Sono passati 25 anni da quando La peste a Lucca, il capolavoro di Lorenzo Viani del 1913 - 15, è stato esposto per l’ultima volta al pubblico. Si era a cavallo tra il 1986 ed il 1987 e il Comune di Viareggio, nel cinquantesimo anno dalla morte dell’artista, organizzò una mostra itinerante, curata da Mario de Micheli, che, oltre alla città natale di Viani, toccò Roma, Milano, Parigi e Firenze. Oggi, nell’ambito delle iniziative per valorizzare l’artista viareggino, al quale l’Amministrazione Comunale ha dedicato la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea che adesso lo ospita, l’opera torna in mostra: venerdì 30 novembre alle ore 18.30 verrà infatti inaugurata, presso la GAMC in palazzo delle Muse, l’esposizione temporanea La peste a Lucca. Un capolavoro di Lorenzo Viani, che resterà aperta al pubblico dal 1 dicembre 2012 al 30 novembre 2013. All’inaugurazione dell’esposizione, realizzata grazie a Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e Salov, interverranno Domenico Mannino, Commissario Prefettizio del Comune di Viareggio, Carlo Sisi, Presidente del Museo Marino Marini di Firenze e Alessandra Belluomini Pucci, Direttore della GAMC. La peste a Lucca, proveniente da una collezione privata, sarà esposta a fianco di due opere coeve e di identico formato, Il Volto Santo (1913-1915) e la Benedizione dei morti del mare (1914), entrambe di proprietà comunale ed esposte alla GAMC, le quali, coralmente, costituiscono il compendio della rappresentazione dedicata al dolente ed epico racconto popolare. Tre tele in cui il popolo è assoluto protagonista, e se La peste a Lucca rievoca il dolore della malattia e della morte, il Volto Santo e la Benedizione dei morti del mare celebrano “le grandi liturgie marinare”, intrise di una forte carica mistico-religiosa dove l’artista vuole sacralizzare, attraverso il rito e i suoi simboli cristologici, non solo il popolo viareggino, ma tutta la massa universale dei diseredati. Ida Cardellini Signorini, che ha curato il catalogo generale dell’artista nel 1978, ha definito La peste a Lucca, l’opera “più programmatica delle grandi composizioni” di Viani: presenta, nella sua struttura, l’essenzialità e la riduzione pittorica dei legni xilografici, nella ricerca di un sintetismo formale tenebroso e arcaico, raffigura una leggenda medievale connessa al destino dell’emarginazione dei lebbrosi, abbandonati alla morte fuori le mura della città di Lucca, definita dall’artista “la città monastica”. L’opera, concepita e realizzata secondo un disegno scrupolosamente equilibrato, consiste in una architettura rigorosa caratterizzata da tre gruppi di figure verticali che disegnano le estremità di un triangolo immaginario, nel cui spazio giacciono uomini, donne, bambini, in attesa dell’inesorabile destino; sullo sfondo uno squarcio della città di Lucca, protetta e isolata dalle sue mura. Nel rigore e nella sintesi della costruzione del disegno e del colore Viani riesce a trasmettere la tragicità e il dolore della narrazione, restituendo quindi il forte impatto emozionale del trionfo della morte. Le analogie di Viani con i Primitivi lo conducono ad un’interpretazione espressiva simile a quella degli artisti del XIII e XIV secolo, diretta alla semplificazione e istintività della forma, alla sintesi della composizione, al solo fine di condurre al massimo la tensione emotiva. Come scrive lui stesso, a proposito dei Primitivi, “Essi, i grandi, si sono compenetrati nei legamenti essenziali della visione, hanno scortecciato dalla luce le cose per vedere di sotto la concatenazione fondamentale degli elementi costruttivi del tutto, ci hanno rilevato delle costruzioni musicali, ci hanno insegnato che sotto il cobalto, il verde, il rosa, il celeste, c’è ferma e potente una cosa architettata e complicata. Solo ai grandi è concesso vedere il lavoro armonico e solido della natura … non pittura ma costruzione. Certi quadri italiani antichi potrebbero servire come modelli per costruire una città”. Con tali criteri l’artista viareggino elabora un pregevole numero di studi preparatori realizzati nel tempo per arrivare alle soluzioni delle grandi composizioni: La peste a Lucca, verosimilmente la prima in ordine cronologico, il Volto Santo, la Benedizione dei morti del mare. “Non penso che la mia sia arte sociale nel senso gretto della parola - scrive Viani nel 1911, al suo quarto viaggio parigino -, può essere, mi lusingo che sia nel senso vasto della parola solamente. Evito sempre la composizione e la cronaca, da elementi frammentari voglio che l’osservatore ricostruisca in cuor suo il significato animatore dell’opera. Come da macchie di colore discordanti voglio creare un’armonia, considero le cose e i colori schematicamente come pure i sentimenti, seguo diremo così una prospettiva psicologica …”. Dall’esperienza parigina (1908/1911), l’artista trova ulteriori stimoli e confronti venendo a contatto con il mondo dei diseredati della Ruche, visitando musei, mostre, esponendo al Salon, incontrando letterati, filosofi, artisti, potendo conoscere e ammirare le opere di numerosi grandi dell’epoca: Toulouse Lautrec, i Nabis, Van Gogh, Paul Gauguin. Esperienze visive che lo condurranno all’adesione di un espressionismo tutto personale dove la denuncia sociale viene esplicitamente connessa a una condizione reale, aderente alla storia dell’oppressione e dello sfruttamento. Alle soglie della prima guerra mondiale, Viani si impegna fortemente verso una nuova linea di ricerca, condivisa con l’amico pittore Alberto Magri, orientata al recupero dell’essenzialità dell’arte dei pregiotteschi e dei Primitivi. Il disegno si fa essenziale, crudo, scevro da inutili orpelli, con colori severi adeguati alla drammaticità delle scene riprodotte, come lo stesso artista suggerisce “Dipingi con pochi colori; tieni in grande onore il nero d’avorio, la terra rossa e gialla e verde; avrai così intonazioni sostenute e concrete. … I celesti, bleu, gli smeraldi, gli arancioni, i colori vistosi, sono ingannevoli, parlano della nostra sensualità; il nero colore austero è materia prediletta del costruttore, è forza sostanza delle cose”.

Fonte: Beni Culturali





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