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Col passare del tempo, però, la fantasia popolare e forse un banale equivoco nel trasporre il termine "cavallette" nel siciliano "cavaddùzzi" hanno creato le forme più svariate che vanno dal semplice filo di pasta lavorata a forma di vera nuziale al baroccheggiante ippocampo o cavalluccio o men che dir si voglia.
Altri pani sacri sono i"cucciddàti" confezionati nel giorno dedicato al Patriarca S. Francesco di Paola, i "cuddùri" preparati per Sant'Antonio Abate e per Santa Elisabetta Regina d'Ungheria e, per finire, i "manùzzi d'i' mòrti" confèzionati in occasione della commemorazione dei defunti.
E' in questa chiave di lettura che va inquadrata, senza per questo trascurare le profonde implicazioni relative ad antiche ritualità pagane da cui sicuramente prende l'abrivio, una delle più conosciute tradizioni legate alla religiosità popolare di Salemi le "Cene di S. Giuseppe".
In esse vengono esaltati i valori fondamentali su cui è basata la vita della nostra gente: il lavoro e la famiglia con la sublimazione del pane quale compenso finale di un lungo anno di dure fatiche e la celebrazione di S. Giuseppe come simbolo del lavoro umile e silenzioso affrontato con serena costanza per amore della famiglia.
Nata come ex voto in ringraziamento od a propiziazione di una grazia, la Cena di San Giuseppe fu inizialmente l'atto d'amore di un singolo o di una sola famiglia, nei confronti di Gesù Bambino, della Madonna e di S. Giuseppe, impersonati da tre bambini poveri ai quali, almeno in quella circostanza, veniva offerta la possibilità di mangiare a sazietà.
Text by Paolo Cammarata