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E per comprendere a fondo quell'atto d'amore basta pensare alle condizioni di indigenza pressocchè generalizzata in cui versava la gente del popolo ed al sacrificio che doveva costare al devoto anfitrione offrire a quei tre bambini, che tutto sommato non erano né figli né consanguinei, una quantità di vivande sufficiente a sfamare l'intera famiglia per più settimane.
Ma Gesù aveva detto: "date ai poveri perché sarete ricompensati anche su questa terra". Pertanto sfamare tre bambini poveri lasciava ragionevolmente sperare in un ritorno di quel dono sia in termini di grazia divina sia in termini di abbondanza per un raccolto che ancora era nel ventre della terra ma che di li a poco, con l'esplosione dell'imminente primavera, sarebbe cresciuto sicuramente florido e rigoglioso. Anzi, affinché la sperata ricompensa fosse maggiore bisognava offrire il maggior numero possibile di pietanze.
Naturalmente si trattava di cibi poveri, preparati con i prodotti che la terra offre m questo periodo dell'anno: cavolfiori, asparagi, carciofi e finocchi con l'aggiunta di uova, legumi, frutta secca, agrumi. Ma cucinati con tanto amore, perizia e fantasia da trasformarsi in una saga sulla cucina tradizionale siciliana, in un miracolo di deliziosi manicaretti.
Col passare del tempo questa usanza è andata radicandosi e diffondendosi fino a diventare, soprattutto nell'ambito del ceto agricolo ed artigiano, una vera e propria tradizione. Il voto di "ìnchiri a' panzùdda ai Virginéddi" (riempire la pancia ai giovinetti) esce dal privato per coinvolgere, in forma attiva o passiva, tutto il vicinato: quasi che la promessa fatta da un singolo o da una sola famiglia vada a poco a poco trasformandosi nel voto di un intero quartiere.
Text by Paolo Cammarata